Missione: prevenzione continua – Il ritorno in ASC di Simone Moro

Aprile 19, 2019
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C’è chi ama collezionare monete. O francobolli. Oppure fumetti vintage. Simone Moro colleziona invece montagne. Ma, sia chiaro, gli esemplari più rari. È l’unico alpinista della storia ad aver toccato quattro vette di 8.000 metri in pieno inverno: il Shisha Pangma (8.027 m), il Makalu (8463 m), il Gasherbrum II (8.035 m) e il Nanga Parbat (8126 m). Ed è salito sulla vetta di otto dei quattordici ottomila metri, arrampicandosi ben quattro volte in cima all’Everest (8.848 m). Primati, è proprio il caso di dirlo, da capogiro. Mete vertiginose che Simone ha potuto raggiungere perché nel suo zaino affardellato c’era sempre (e c’è tuttora) una dotazione speciale: la costante cura della salute personale.

Ecco perché lo incontriamo nuovamente qui, a Castelli Calepio, nel centro ASC, roccaforte italiana per la prevenzione dei tumori nella popolazione sana. Già nel 2017 si era sottoposto all’esame DWB, testimoniando il suo convinto entusiasmo per questo innovativo fronte della diagnosi precoce, e oggi replica l’appuntamento salutistico, fedele all’indicazione secondo cui anche la Diffusion Whole Body va effettuata – come peraltro tutti i comuni test di screening oncologici offerti dal Servizio sanitario nazionale – con una precisa frequenza: almeno una volta all’anno.

Personaggio a dir poco “multitasking”, il cinquantunenne Simone Moro. Oltre ad aver macinato 60 spedizioni, è pilota di elicottero, specializzato nel soccorso sulle montagne del Nepal, e pure apprezzato scrittore: è autore di nove libri, tradotti in inglese, tedesco, spagnolo e polacco. «Non ho mai voluto il ghost writer, cioè che qualcuno scrivesse al posto mio. Scelta piuttosto azzardata per uno come me, con i ritmi di vita che seguo… Però è stata la mia piccola-grande rivincita, perché dovete sapere che una professoressa mi disse una volta: “Tu? Non sarai mai capace di scrivere una paginetta!”. E io questa cosa me la sono legata al dito», sorride Simone.

Gli piace mangiare “bio” («Però i fondamentalismi a tavola non mi sono mai piaciuti!»), pasteggia con l’acqua («Ma non rifiuto il vino per non offendere chi mi ospita a cena») e il suo training sportivo, va da sé, è costante e rigoroso: corre dai 100 ai 140 km alla settimana, e pratica arrampicate sulle pareti artificiali indoor per esaltare muscolatura e coordinazione motoria. E poi addominali, trazioni, potenziamenti, stretching.

«Mi piace allenarmi da solo, perché così consento di dare libero sfogo anche alla mia mente: penso, progetto, sogno, immagino le avventure che verranno». È disciplina orientata alla salute. «Già: la salute è come una vigna. Un bene da coltivare con passione e costanza. Non puoi pretendere di essere sano a priori se poi non presti attenzione a ciò che mangi, a quello che respiri, a quanto dormi. Nessuno di noi è Matusalemme. Però la vita è una sola. E allora rispettiamola e rispettiamoci. Ognuno deve allenarsi a coltivare il proprio futuro e perciò bisogna respingere la tentazione di cacciare la testa sotto la sabbia. Quando ho appreso dell’esistenza di questo esame ho detto immediatamente “sì” per un semplicissimo motivo: perché non voglio avere paura di me stesso».

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